Responsabilità del liquidatore alla luce del decreto semplificazioni fiscali

Tra le recenti ed importanti novità apportate dal Decreto semplificazioni fiscali un aspetto rilevante concerne le responsabilità previste per Liquidatori, ex amministratori e soci. 

Ci soffermeremo ad analizzare il comma 5 dell'articolo 28 del D.Lgs. n. 175 del 21 novembre 2014 , che modifica una precedente disposizione (art. 36, D.P.R. n. 602/1973) in tema di responsabilità ed obblighi dei liquidatori delle Società.

Questa ultima ipotesi riguarda tutti i casi in cui siano stati soddisfatti i soci a danno dei crediti tributari oppure se questi ultimi siano stati soddisfatti in maniera inferiore in violazione dell'obbligo di rispettare il grado di privilegio dei crediti.

La responsabilità degli amministratori riguarda l'ultimo biennio di gestione e prende in considerazione le eventuali operazioni di liquidazione o di occultazione di documenti inerenti l'attività Sociale.

Questo comportamento fraudolento può svolgersi anche mediante l'omissione delle scritture contabili.

L'ultima ipotesi analizzata dal recente Decreto riguarda la responsabilità dei soci che sempre nell'ultimo biennio di imposta precedente alla messa in liquidazione abbiano ricevuto denaro o altri beni in assegnazione.

Aspetto rilevante concerne la motivazione che l'amministrazione deve notificare pertanto questo tipo di responsabilità non sarà accertata automaticamente ma solo previo atto motivato dell'amministrazione (in seguito vedremo che questo è uno dei tanti aspetti che rende questo Decreto legislativo poco chiaro).

Ci si interroga se il tipo di credito avrà natura civilistica oppure fiscale? Prendendo in considerazione il d.p.r. 602/1973 emerge chiaramente la natura civilistica dello stesso dal momento che viene considerato un titolo autonomo rispetto all'obbligazione tributaria la quale altro non sarebbe che un presupposto della medesima responsabilità.

Questa precisazione si rende necessaria per chiarire la natura della obbligazione tributaria che rappresenta un debito distinto e l'obbligato risulterà del tutto estraneo al procedimento finalizzato ad accertare il debito stesso. In sostanza i Liquidatori, cosi come amministratori e soci, saranno responsabili allorquando l'imposta sarà definitivamente accertata nei confronti della Società e i tributi saranno tutti quelli iscrivibili a ruolo (ulteriore aspetto poco chiaro della norma).

In riferimento all'onere probatorio il Decreto legislativo ha previsto una inversione a sfavore soggetti ritenuti responsabili vale a dire Liquidatori, amministratori e soci.

Resta confermata l'ipotesi in cui i Liquidatori inadempienti risponderanno in proprio del pagamento delle imposte (anche se non è chiaro a che titolo e soprattutto perché non debba sussistere u na sorta di responsabilità solidale – e pertanto i Liquidatori potrebbero addirittura vantare il diritto alla rivalsa nei confronti del debitore originario ) dovute per il periodo di liquidazione e per i periodi precedenti.

Quanto predetto non troverà applicazione se si riuscirà a dimostrare di aver soddisfatto i crediti tributari anteriormente all'assegnazione di beni ai singoli soci o di aver soddisfatto crediti di ordine superiore a quelli tributari.

Il valore di questi beni sarà considerato proporzionalmente equivalente alla quota detenuta dal socio a meno che quest'ultimo riesca a provare il contrario e il patrimonio preso in esame della Società sarà considerato quello all'inizio della liquidazione.

È importante rilevare che le suddette condizioni dovranno avvenire prima che la Società venga definitivamente cancellata dal registro delle imprese.

Questa disposizione contrasta la normativa attuale che a partire dalla nota riforma del diritto societario del 2004 prevede all'art. 2495 che “ Approvato il bilancio finale di liquidazione, i Liquidatori devono chiedere la cancellazione della Società dal registro delle imprese. Ferma restando l'estinzione della Società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei Liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l'ultima sede della Società.”

Il Decreto in esame invece lascia sopravvivere una Società cancellata ancora per cinque anni al sol fine di consentire al Fisco di effettuare un'attività di accertamento infatti, si prevede espressamente che “ ai soli fini della liquidazione , accertamento , contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l' estinzione della Società di cui all'articolo 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione del Registro delle imprese”.

La posizione dell'Amministrazione Finanziaria appare fortemente agevolata sia perché essa differentemente da quello che accade in ambito societario non deve provare che il comportamento dei soggetti responsabili sussista a titolo di dolo colpa.

Basterà,infatti, dimostrare semplicemente che sussistano i presupposti oggettivi ossia:

a) sussistenza di debiti tributari certi e definitivi a carico della Società

b) attività di liquidazione esistente

c) distrazione dei beni o del denaro avvenuta per finalità diverse dal pagamento delle imposte dovute.



Il Decreto semplificazioni quindi fa rivivere una Società inesistente ma, cosa ben più grave, non chiarisce alcuni aspetti ossia:

• quali sono le imposte prese in considerazione? La Legge in maniera vaga fa riferimento solo ad “imposte dovute” anche se l'obbligo del pagamento riguarda l'art . 36, D.P.R. n. 602/1973 relativo alle sole imposte sul reddito, Il Legislatore prende in considerazione tutte le imposte senza considerare il fatto che nel Decreto non se ne faccia alcun cenno

- l'Agenzia delle Entrate accerta la responsabilità con un “atto motivato” quindi non con un atto di accertamento e questo,pertanto, potrebbe essere qualificato come un mero atto finalizzato semplicemente a contestare le carenze del Liquidatore nell'esercizio delle proprie attività . L'atto in questione invece, secondo il Legislatore, deve essere impugnato dinanzi ai Giudici Tributari.

- a che titolo è sanzionabile la condotta del Liquidatore?

Da una lettura del Decreto semplificazioni emergono quindi delle serie criticità che il Legislatore dovrebbe urgentemente sanare o quantomeno motivare per evitare che l'Amministrazione Finanziaria possa trovarsi in una posizione fin troppo tutelata.

Avv. Gaia Fabrizia Postiglione

Sorveglianza speciale e necessità di abitualità di frequentazione di pregiudicati

Tribunale di Foggia, 18 marzo 2005 n. 448, imp. B.C.


In materia di violazione delle prescrizioni di Sorveglianza speciale ex art. 9 l. 1423/1956, concernente l’abituale frequentazione di persone condannate o sottoposte a misura di prevenzione, il reato può essere integrato se la condotta ha carattere di ripetitività tale da cagionare allarme nell’autorità di P.S., non essendo sanzionabile una condotta non programmata e derivante da normale vita di relazione.
(Nel caso di specie l’imputato aveva effettuato quattro incontri, avvenuti però a distanza di tempo e sempre con persone diverse, che, pertanto, non erano considerati sintomatici di una relazione stabile e abituale con pregiudicati).

Mancata timbratura del cartellino in entrata e in uscita sul luogo di lavoro

Tribunale di Foggia – sez. dist. Trinitapoli, 28 settembre 2007, n. 170 – Giudice Dibisceglia, imp. T. N.

Non sussiste il reato di cui all’art. 640 c.p., qualora la mancata timbratura del cartellino di entrata e uscita durante l’orario di lavoro non integri gli elementi di artifici o raggiri richiesti dalla norma. A contrario, quest’ultimi sono integrati se la stessa timbratura è funzionale a celare l’allontanamento dal luogo del lavoro, in modo che l’Ente pubblico, ignaro di tale allontanamento, paghi anche il periodo di mancato lavoro senza procedere alla decurtazione della retribuzione corrispondente al minore tempo lavorato.
(Nella fattispecie, l’imputato aveva avvisato il suo diretto superiore, il capo del personale competente a rilasciare i permessi di lavoro, che si sarebbe allontanato dal posto di lavoro; con la conseguenza che la mancata timbratura del cartellino in entrata e in uscita, e la mancata presentazione del permesso scritto, potevano avere solo rilevanza disciplinare e non penale).

Decreto di espulsione di immigrato irregolare e obbligo di motivazione

tribunale di Foggia, 20 ottobre 2006 n. 1269, imp. A.S.

Il decreto di espulsione del Questore deve sottostare al generale obbligo di motivazione degli atti amministrativi; difatti, sebbene tale decreto costituisca atto finalistico - in quanto attuativo del decreto di espulsione del Prefetto – deve comunque contenere le ragioni che hanno indotto il Questore a opzionare per l’allontanamento piuttosto che per il trattenimento provvisorio in un centro di accoglienza. (Nel caso di specie si è ritenuta non responsabile un’imputata che aveva violato il vincolo imposto dal decreto di espulsione del Questore, giacché privo di motivazione e quindi illegittimo).

Invasione di campo dei tifosi ed elemento oggettivo della minaccia

Tribunale di Foggia, 28 settembre 2006 n. 1158, B.A. e altri

Per la configurazione del reato di minaccia, la stessa deve essere idonea a intimorire il soggetto passivo, diminuendone la libertà psichica con la prospettazione del pericolo di un male ingiusto, non essendo sufficiente, a dimostrare l’elemento oggettivo, la creazione di una situazione genericamente concitata. (Nella fattispecie, la condotta di alcuni tifosi che, invadendo il campo di gioco e creando in mal modo del caos, inducevano gli sportivi a rientrare negli spogliatoi, non è ritenuta sufficiente a integrare il reato di minaccia).

Furto aggravato e sistemi antitaccheggio

Tribunale di Foggia, 30 dicembre 2005 n. 1949, imp. N.D.A.

In materia di furto commesso con destrezza, l’aggravante sussiste allorché il soggetto agente ponga in essere un’attività fraudolenta o insidiosa che sorprenda la contraria volontà del detentore della cosa; rientra, pertanto, in essa ogni operazione astuta e scaltra diretta ad eludere le cautele e a rendere vani gli accorgimenti predisposti dal soggetto passivo a difesa delle proprie cose. (Nel caso di specie, l’aggravante non veniva riconosciuta nel comportamento del soggetto attivo che, occultando prodotti alimentari, non era obiettivamente in grado di eludere il sistema elettronico di antifurto del supermercato, né la vigilanza del responsabile dello stesso)

Invasioni di immobili o edifici e stato di necessità

Tribunale di Foggia, 30 ottobre 2007 n. 1369, imp. G.M.I.

Ai fini della sussistenza della scriminante dello stato di necessità, vanno considerate le obiettive condizioni economiche dell’imputato, l’esigenza di tutela di figli a carico, secondo i profili di necessità e inevitabilità. (Nel caso di specie, veniva riconosciuta la esimente ex art. 54 a una ragazza madre che, pur avendo invaso un immobile – al fine di occuparlo o trarne altrimenti profitto – non veniva ritenuta responsabile, aveva prole a carico ed non possedeva alcun altro luogo in cui dimorare).

Violazione obbligo di firma del tifoso: insussistente il reato in caso di leggero ritardo

Tribunale di Foggia, 19 giugno 2006 n. 936, imp. C.E.


In tema di violazione degli obblighi, imposti ai sensi dell’art. 6 comma 2 l. 401/89 – come modificato dalla l. 19/10/2001 - di presentazione presso la Questura, non integra la contravvenzione di cui al comma 2 un modesto ritardo nell’espletamento del vincolo, poiché non vengono in tal modo eluse le finalità di controllo sociale ad esse sottese. (Nel caso di specie l’imputato non veniva considerato responsabile per la violazione di cui al comma 2, avendo, nel presentarsi alla questura della propria città, ritardato di un solo quarto d’ora; adempiendo, peraltro, all’obbligo di presentazione successiva a cui era vincolato poco dopo in perfetto orario).

Resistenza a pubblico ufficiale e ingiurie profferite successivamente all'atto dell'ufficio

Tribunale di Foggia, 29 giugno 2006 n. 1007, imp. M.M.

Il reato di resistenza a un p.u. non può essere configurato se le ingiurie o le minacce vengono proferite, da parte dell’agente, in un momento successivo al compimento dell’atto d’ufficio o servizio del p.u.; si configura nel suddetto caso il reato di ingiuria o minaccia aggravata dalla qualifica di p.u., non essendo stata posta in essere nessuna condotta al fine di impedire il compimento dell’ufficio stesso o del servizio. (Nel caso di specie l’imputato non veniva considerato responsabile del delitto de quo poiché le parole ingiuriose e minacciose erano state pronunciate solo dopo l’attività di identificazione operata dal p.u., come reazione a un comportamento che il soggetto attivo considerava ingiusto).

Inosservanza dei provvedimenti del Giudice: concorso del coniuge separato sul reato commesso dall'altro coniuge

Tribunale di Foggia, 18 marzo 2005 n. 453, imp. C.G.

Per il reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice è responsabile in concorso con l’agente, colui che, trovandosi in una particolare “posizione di garanzia” rispetto all’esecuzione degli obblighi dettati dal provvedimento giudiziale, anche con un comportamento omissivo, ne consenta una continuativa elusione. (Nella fattispecie si è ritenuta responsabile ex art. 110 una madre che nulla ha fatto per evitare che venisse eluso il provvedimento dettato dal Tribunale dei minorenni, che disponeva l’allontanamento del padre dei minori e il divieto di incontro per lo stesso della prole senza specifica autorizzazione).

Arma ricevuta jure successionis e obbligo di denuncia

Tribunale di Foggia, 27 dicembre 2004 n. 1239, imp. M.R.

Il delitto di detenzione illegale di arma da sparo è configurabile anche nell’ipotesi in cui il soggetto detenente omette di denunciare l’arma di cui sia venuto in possesso jure successionis , ancorché il precedente possessore avesse presentato regolare denuncia e l’arma continui ad essere detenuta nello stesso luogo, in quanto, in relazione all’elemento soggettivo è sufficiente il dolo generico, non ostando la mancata consapevolezza dell’agente di compiere un’azione illegittima o antisociale, né di violare la legge penale. (Nel caso di specie l’agente, detenendo un fucile denunciato a nome del marito defunto e pur consegnando spontaneamente il fucile suddetto ai Carabinieri, veniva considerato responsabile).

Possesso di armi in auto e concorso di persone nel reato

Tribunale di Paternò, 1 luglio 2005 n. 212, imp. C.E. ed altri

In materia di detenzione e porto abusivo di armi all’interno di un veicolo abitato da più individui, si ammette la riconducibilità soggettiva dei fatti al solo conducente (nonché soggetto avente la disponibilità del veicolo stesso), dovendosi escludere la suddetta riconducibilità ai restanti occupatori del mezzo di trasporto, poiché la sola abitazione del mezzo non appare sufficiente a indiziare la loro responsabilità. (Nella fattispecie sebbene gli oggetti contundenti fossero stati ritrovati in un furgone che trasportava molteplici tifosi, i fatti sono stati imputati al solo conducente).

Prevedibilità nel concorso anomalo di persone nel reato ex art. 116 c.p.

Corte di Assise di Appello di Bari, 27 maggio 2008 n. 15, imp. C.N. e altri

In tema di concorso anomalo ex art. 116 c.p., è richiesto un rapporto di causalità psichica tra la condotta dell’agente e il più grave evento prodotto dal compartecipe, e ciò nel senso che l’evento diverso e più grave in concreto verificatosi deve potersi rappresentare alla psiche dell’agente come uno sviluppo logicamente prevedibile del fatto meno grave da tutti voluto e concordato. (nella fattispecie, si deve ragionevolmente escludersi la possibilità di considerare un fatto di omicidio come uno sviluppo logicamente prevedibile di un mero fatto di truffa e da ciò consegue che, ove si fosse realmente verificata tale situazione ci sarebbe una esclusione della responsabilità).

Differenza tra associazione per delinquere e concorso nel reato

Tribunale di Foggia, sez. I, 12 giugno 2007 n. 870, imp. C.G. e altri

In tema di reato associativo, il discrimine tra esso e il reato continuato commesso da più persone è individuabile nel carattere dell’accordo criminoso, che nei casi di concorso può anche essere in via meramente occasionale e temporanea, essendo diretto alla commissione di uno o più reati, con la realizzazione dei quali può esaurirsi la condotta criminosa; mentre, il reato associativo risulta diretto all’attuazione di un programma criminoso, per la commissione di una serie indeterminata di delitti, con la permanenza di un vincolo associativo tra i partecipanti, anche indipendentemente e al di fuori dell’effettiva commissione dei singoli reati da parte di ciascuno di essi.

In tema di reato associativo, non è sufficiente ipotizzare o ritenere provata l’esistenza di un autonomo e stabile programma delinquenziale, se non si conoscono i protagonisti dell’accordo o il ruolo da questi rivestito per la sua attuazione: l’esistenza di una pluralità di reati può certo essere sintomo di un programma ben definito di natura delinquenziale, ma nulla dice circa i singoli ruoli e le occasioni in cui vi sarebbe stata la programmazione o la decisione dell’esecuzione.
(nella fattispecie, non è stata riconosciuta l’esistenza di un’associazione per delinquere ex art. 416 c.p. finalizzata alla truffa, poichè si erano raccolte solo prove documentali e nessuna delle truffe ipotizzate coinvolgeva la responsabilità di tutti gli imputai nelle vesti di partecipi del sodalizio criminale).

Truffa - elemento oggettivo

Tribunale di Trani, 5 maggio 2008 n. 309, imp. P.A.

Non si configura il reato di truffa, in quanto manca l’elemento del raggiro, se l’espediente fraudolento posto in esser dall’autore per indurre in errore la vittima, con le conseguenze negative che da tale fatto sarebbero discese, consiste nel far leva sul sentimento di amicizia e riconoscenza.

Non integra l’elemento del raggiro richiesto dalla norma il mancato adempimento alla promessa di non negoziare gli assegni prima di fornire alla vittima il denaro per coprirli; a contrario, per poter ritenere che tale elemento costituisca raggiro è necessario verificare se l’autore si fosse realmente adoperato per far credere alla vittima che gli assegni gli servissero per ottenere garanzie o per altri fini diversi da quelli a cui erano destinati. (nella fattispecie, l’imputato fin dal primo momento aveva intenzione di avvalersene per il pagamento di suoi debiti).

Estorsione a prossimo congiunto - esclusione della clausola di non punibilità

Corte di Appello di Bari, sez. III, 20 giugno 2008 n. 1186, Imp. F. V.

Si configura il reato di estorsione qualora le richieste di denaro accompagnate non soltanto da minacce ma anche da violenza fisica, siano effettuate nei confronti di un congiunto non operando la clausola di non punibilità di cui all’art. 649 c.p.
In tema di delitti contro il patrimonio, la causa di non punibilità per fatti in danno dei congiunti non trova applicazione nei casi commessi con violenza fisica, tali da coartare la libertà del soggetto passivo, costretto pertanto a fare, tollerare o omettere qualche cosa, indipendentemente dall’esercizio su di lui di un vero e proprio costringimento fisico.

Maltrattamenti in famiglia - elemento oggettivo

Corte di Appello di Bari, sez. III, 20 giugno 2008 n. 1186, Imp. F. V.

Si configura il reato di maltrattamenti, qualora si realizzi una condotta di sopraffazione sistematica e programmata tale da rendere la convivenza particolarmente dolorosa. (nella fattispecie l’imputato poneva in essere in modo costante un’azione delittuosa violenta, sistematica e pervicace nei confronti della moglie e dei figli).
Non scrimina in alcun modo la condotta di maltrattamenti l’aver agito, secondo l’imputato, per finalità educativa né consente di qualificare diversamente fatti, ex art. 571 c.p., trattandosi di condotta violenta, caratterizzata da percosse, lesioni, gravi ingiurie, umiliazioni di ogni genere e minacce. Gli atti di violenza devono ritenersi oggettivamente esclusi dalla fattispecie dell’abuso dei mezzi di correzione, dovendosi ritenere tali soltanto quelli che per la loro natura sono a ciò deputati per l’importante e delicata funzione rieducativa.
Ai fini della configurabilità del reato di maltrattamenti, è richiesto il solo dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di sottoporre la vittima ad una serie di sofferenze fisiche e morale in modo abituale, instaurando un sistema di vessazioni e sopraffazioni che avviliscono la persona offesa.
Non si applica il principio dell’assorbimento ma concorrono tra loro i reati di maltrattamenti e di lesioni personali volontarie data la diversa obiettività giuridica dei reati.

Valutazioni dichiarazioni p.o. in reato sessuale

Corte di Appello di Bari, sez. III, 20 giugno 2008 n. 1186, Imp. F. V.

In tema di dichiarazioni della persona offesa, in particolare di un reato sessuale, si esclude la regola di giudizio di cui all’art. 193, co. 3 c.p.p. Conservando comunque la loro natura esclusivamente testimoniale. In questi casi è oltremodo difficile, se non impossibile, richiedere riscontri esterni obiettivi e specifici, perché la vittima è quasi sempre sola al momento del fatto; il riscontro positivo va fatto in riferimento alla sua obiettività, anche attraverso verifiche indirette delle dichiarazioni indicate che allorquando non siano univoche, risulta necessariamente affievolita, inficiando così sia il contenuto della dichiarazione che la credibilità personale del suo autore.

Tentato omicidio - elemento soggettivo

GUP Larino, 2 maggio 2007 n. 33, Giudice Colantonio, imp. P. F. e altri

In ipotesi di tentato omicidio, la prova del dolo – ove manchino esplicite ammissioni da parte dell’imputato – ha natura essenzialmente indiretta, dovendo essere desunta da elementi esterni e, in particolare, da quei dati della condotta che per la loro non equivoca potenzialità offensiva sono idonei ad esprimente il fine perseguito dell’agente. Ciò che ha valore determinate per l’accertamento della sussistenza dell’animus necandi è l’idoneità dell’azione, la quale va apprezzata in concreto, senza essere condizionata dagli effetti realmente raggiunti, perché altrimenti l’azione, per non aver conseguito l’evento, sarebbe sempre inidonea nel delitto tentato. (nella fattispecie, sussiste il dolo diretto nella condotta del prevenuto che, nel corso di una rapina, esplodeva 2 colpi di pistola a bruciapelo ed ad altezza d’uomo, contro il rapinato che tentava una reazione, senza conseguenze mortali, non potendosi comunque ritenere che, in relazione alle modalità della condotta e del mezzo usato, l’autore si fosse rappresentato l’esito letale).

Differenza tra concorso nello spaccio e associazione ex art. 74 DPR 309/90

Corte di Appello di Bari, sez. III, 22 ottobre 2004, n. 1560, imp. R.A.M.
In tema di spaccio di sostanze stupefacenti, non si applica la scriminate di cui all’art. 75 del d.p.r. n. 309/90 del preteso uso personale di “gruppo” qualora vi sia stata la condotta di cessione della sostanza. (nella fattispecie gli imputati si erano procurati e spesso avevano ceduto agli altri componenti del gruppo dei piccoli quantitativi di hashish per il loro consumo).

Non sussiste il reato di cui all’art. 416 c.p. (associazione a delinquere per spaccio di sostanze stupefacenti) ma concorso di persone nello spaccio a carattere continuativo, qualora sia accertata l’assenza di una preordinata e stabile distribuzione dei compiti tra i partecipanti alle azioni di spaccio e la presenza di una certa interscambiabilità dei ruoli tra di essi; inoltre, lo scambio di informazioni sui soggetti disposti a vendere e comprare la sostanza stupefacente, nonché sull’entità dei prezzi volta per volta pattuiti sembrano sintomatici di un’attività estemporanea di una ricerca occasionale di un “buon affare”.

Inosservanza obbligo di firma del tifoso: necessaria l'indicazione delle gare nel provvedimento del Questore

Tribunale di Foggia, 4 ottobre 2006, n. 1187, Giudice Casarella, imp. D.L.G.

In tema di omissione di osservanza della prescrizione del questore all’obbligo di presentarsi presso la questura 30 minuti dopo l’inizio del primo tempo e 30 minuti dopo l’inizio del secondo tempo, ex art. 6 l. 401/89, non sussiste il reato qualora né nel provvedimento del questore e né nel verbale di notifica dello stesso vengono specificatamente indicate le date delle competizioni calcistiche; in tal caso difetta la presenza dell’elemento soggettivo, ossia la consapevolezza in ordine alla doverosità della presentazione in questura. Diversamente opinando si configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, inammissibile nel nostro ordinamento costituzionale.

Tribunale di Foggia, 20 giugno 2006, n. 1187, Giudice Casarella, imp. M.G.

In tema di omissione di osservanza della prescrizione del questore all’obbligo di presentarsi presso la questura 30 minuti dopo l’inizio del primo tempo e 30 minuti dopo l’inizio del secondo tempo, ex art. 6 l. 401/89, nel caso di manifestazione di torneo triangolare, è necessaria l’indicazione delle competizioni in quanto non può farsi rientrare tra le manifestazioni di cui è notorio lo svolgimento (come quelle del calendario dei campionati ufficiali).
Inoltre, si rileva violazione dell’art. 6 che impone la specifica indicazione delle manifestazioni sportive.

Negligenza dell'ostetrica e rifiuto di atti di ufficio

Tribunale di Foggia sez. I, 30 marzo 2006, n. 516 imp. C. A.

In tema di rifiuto in atti di ufficio ex art. 328 comma 1 c.p. – che si perfeziona con la semplice omissione del provvedimento di cui si sollecita la tempestiva omissione, incidente sui beni di valore primario, quale la sanità – non sanziona penalmente la generica negligenza o la scarsa sensibilità istituzionale del ritardo del pubblico ufficiale, ma sanziona il rifiuto consapevole di atti da adottarsi senza ritardo per la tutela di beni pubblici, rispetto alle quali sono state conferite quelle funzioni pubbliche.
In particolare, per la configurabilità del reato di rifiuto di atti di ufficio in materia sanitaria è necessario che la condotta si riferisca ad atti che per ragioni di sanità siano indilazionabili: ciò si verifica qualora ricorra la possibilità di conseguenze dannose, dirette a ledere il bene della sanità fisica o psichica del cittadino. (nella specie, l’imputato, un ostetrico, nella circostanza di un parto avvenuto nella camera di degenza, avuto contezza della situazione in essere, si è limitato a recidere le mutandine della partoriente con un paio di forbici, non ostacolando il buon esito del parto stesso né producendo lesioni alla madre ovvero alla figlia).