Il topolino partorirà una montagna? Riflessioni sulla L. 47/2015


Sono anni che riforme “epocali” in materia di giustizia sono naufragate nel mare delle belle parole, zavorrate da pregiudizi e interpretazioni sostanzialmente “abrogatrici".

La cosiddetta “riforma” della custodia cautelare, che in realtà è una leggina di 15 articoli, si inserisce in un un ampio dibattito (mai sufficiente, in verità) sul sovraffollamento delle strutture carcerarie, vera piaga che ha esposto l‘Italia a condanne da parte della CEDU.

Al sovraffollamento contribuisce, in modo determinante, l’elevato numero di persone ristrette non già in virtù di un titolo definitivo, ma in stato di custodia cautelare, che sono circa la metà del totale.

Una prima lettura della legge, che interviene “chirurgicamente” sugli articoli-chiave sulle misure cautelari e sul procedimento di riesame, rende chiaro l’obiettivo di porre un freno ad alcune derive della giurisprudenza e della prassi, che, di fatto, nel corso degli anni, hanno reso la custodia in carcere da extrema ratio a puro standard.

Tra le svariate cause “ambientali”, il fin troppo noto (ma mai rilevato statisticamente) “appiattimento” dei GIP alle richieste dei PM, le cui rispettive carriere continuano ad intersecarsi e dipendere reciprocamente, la considerazione, neanche troppo velata, da parte della magistratura, della misura cautelare quale rimedio alla mancanza di effettività della pena, quando non addirittura quale strumento investigativo, l’esasperazione di concetti quali “giudicato cautelare” e “neutralità del mero decorso del tempo”, in uno agli artifici argomentativi e alle formule di stile sulla “gravità del fatto”.

Insomma, la negazione, nei fatti, di principi che dovrebbero essere patrimonio comune di tutti i soggetti della giurisdizione.

Se a questo si aggiunge una fase di riesame dai tempi tanto stretti nella fissazione dell’udienza del riesame (tanto da non poter nemmeno compulsare attentamente tutti gli atti di indagine) quanto indefiniti rispetto al deposito dei provvedimenti (molto spesso, “prudentemente” appiattiti sul giudizio del GIP), e una successiva fase di controllo di legittimità che giunge a quasi un anno di distanza dall’arresto, si può agevolmente dedurre come il bene primario della libertà individuale, nella pratica applicazione delle norme, sia sistematicamente sacrificato a favore di indizi di colpevolezza tutt’altro che gravi e di esigenze cautelari spesso solo astratte, quando non addirittura solo di natura “investigativa” o, peggio, “mediatica”.

Ai danni causati dalla pessime pratiche giudiziarie, e dalla tendenza degli avvocati a, spesso, adeguarsi ad esse piuttosto che a ribellarvisi, si sono aggiunti quelli causati dalla politica, che alla costante ricerca di consenso, nel corso degli anni ha introdotto tutta una serie di “automatismi” cautelari che hanno irragionevolmente compresso la sfera di discrezionalità della magistratura giudicante nell’applicazione delle norme ai casi concreti.

Gli effetti di questa propaganda politica, che ha giocato sulla confusione di concetti eterogenei quali “cautela” preprocessuale e “certezza della pena”, quasi sempre in concomitanza di eventi di cronaca di particolare risalto mediatico, è stata di recente smantellata da tutta una serie di pronunce della Corte Costituzionale che ha bocciato, praticamente, tutti gli “automatismi” cautelari.

La novella è stata accolta con cauto ottimismo dagli operatori del settore, che auspicavano una riforma globale della materia, anche e soprattutto alla luce dell’emergenza carceri.

Io, invece, penso che l’approccio del legislatore, che come dicevo appare tecnicamente “chirurgico” e privo del consueto clamore mediatico, possa sortire effetti davvero positivi.

La novella aggiunge al requisito della “concretezza” del pericolo di fuga (spesso solo affermato con vuote formule di stile) anche quello dell’attualità (che, essendo ancorato a dati più oggettivi, è meno permeabile rispetto al rischio di motivazioni apparenti).

Sia il pericolo di fuga che il rischio di recidiva, non potranno essere più desunti dalla gravità del titolo di reato, ciò che fino ad oggi costituiva una agevole “scappatoia” argomentativa in cui rifugiarsi in mancanza di veri argomenti a sostegno della sussistenza di esigenze cautelari.

Viene anche introdotta la possibilità, per il Giudice, di applicare congiuntamente misure coercitive non detentive e misure interdittive, sempre nell’ottica di limitare il ricorso alle misure inframurarie.

Viene, ulteriormente, favorito il ricorso agli arresti domiciliari con il “braccialetto elettronico”, particolarmente utile nei casi di microcriminalità. Il Giudice dovrà, infatti, motivare specificamente in ordine all’eventuale inidoneità di tale misura cautelare, nei casi in cui applicherà la massima misura custodiale.

Al fine di incentivare l’applicazione delle misure interdittive, spesso le uniche davvero necessarie e sufficienti per scongiurare pericoli di recidiva per particolari figure di reato collegate a un pubblico ufficio o a una attività imprenditoriale o professionale, la durata massima viene portata a dodici mesi.

La novella interviene, con decisione, su alcuni punti dolenti dell’attuale procedura di riesame.

Innanzitutto, conferisce all’imputato la facoltà di chiedere il differimento dell’udienza fino a un massimo di dieci giorni, al fine di predisporre una difesa effettiva.

Il comma 10 stabilisce, finalmente, la perentorietà dei termini anche per il deposito della motivazione, che, per la mancanza di sanzioni processuali, spesso interveniva anche a distanza di quattro - cinque mesi dalla decisione, rendendo di fatto impossibile il controllo di legittimità sulla stessa.

Anche la previsione della impossibilità di rinnovare l’ordinanza annullata per il mancato rispetto di tali termini va salutata con favore, anche se, fin d’ora, è facile prevedere il futuro abuso del ricorso alla clausola di salvaguardia introdotta dal pavido legislatore, che prevede la rinnovabilità dell’ordinanza in casi di “eccezionali esigenze cautelari specificamente motivate”. Già conosciamo, purtroppo, l’attitudine di certa magistratura al generoso utilizzo delle categorie della “eccezionalità” e della “specificità”.

Non si può, comunque, negare che un effetto positivo questa norma è in grado di produrre nell’attuale contesto.

Così come il giudice di rinvio a seguito di annullamento dell’ordinanza da parte della Suprema Corte dovrà decidere entro termini perentori, a pena di inefficacia della misura. Anche in questo caso, l’ordinanza non potrà essere rinnovata, salvo i casi eccezionali già descritti.

L’ultimo articolo contiene una previsione che, a mio parere, potrà sortire un importante effetto “culturale” nei confronti dei soggetti della giurisdizione e della pubblica opinione.
Il governo dovrà, ogni anno, relazionare alle Camere sull’applicazione delle misure cautelari, distinte per tipologie, con l’indicazione dell’esito dei relativi procedimenti.

Questo tipo di analisi statistica, ad oggi assente, favorirà una riflessione dogmatica e sociologica scevra da preconcetti, e una migliore valutazione delle carriere dei magistrati.

Tutto ciò indurrà, probabilmente, i magistrati ad applicare con maggiore prudenza le misure cautelari, rispettando concretamente, e in ossequio alla nostra Carta Costituzionale,il principio dell'extrema ratio della privazione della libertà personale in assenza di una condanna definitiva.



Avv. Michele Vaira
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