A distanza di quasi dieci anni dalla morte di Saverio Corvino, avvenuta in conseguenza di un banale intervento di polipectomia, il Tribunale di Foggia ha condannato l’Azienda Ospedaliera a risarcire ai parenti della vittima i danni causati dalla negligenza e imperizia del proprio dirigente medico Nicola Muscatiello.
Solo qualche giorno fa, infatti, la Corte di Appello di Bari ha respinto la richiesta di sospensione dell’esecutività della sentenza avanzata dai legali dell’Azienda Ospedaliera, che non ha mai, nel corso di questi dieci anni, formulato alcuna proposta di risarcimento e meno che mai espresso rincrescimento per aver causato la morte di un uomo poco più che quarantenne. Dipendente, tra l’altro, come la moglie, della stessa Azienda Ospedaliera.
Il medico che ha eseguito l’intervento, Nicola Muscatiello, nel 2017 fu rinviato a giudizio per omicidio colposo, e salvato dalla prescrizione a pochi giorni da una probabile condanna. Il perito nominato dal Giudice del dibattimento, dott. Domenico Cattaneo, infatti, aveva concluso per la sua colpevolezza, condividendo le conclusioni già rassegnate in tal senso dai consulenti della Procura, dal perito del GUP e dal collegio di consulenti nominato dai legali degli Eredi Corvino (Avv. Michelangelo Metta, Avv. Riccardo Icilio Ariostino e Avv. Michele Vaira).
Gli errori medici, ascrivibili in particolare al medico che ha eseguito l’intervento e in generale alla struttura nel suo complesso, sono stati diversi: l’intervento è stato eseguito mediante una tecnica sperimentale, rispetto alla quale la comunità scientifica internazionale ha espresso contrarietà proprio in ordine ai possibili effetti collaterali; l’intervento è stato refertato in maniera del tutto scadente e approssimativa; non fu svolto alcun monitoraggio post operatorio; il paziente non è stato informato delle possibili conseguenze, ed anzi invitato ad utilizzare un antidolorifico (il che ne ha ritardato il ricovero e conseguentemente reso inevitabile l’esito letale).
Tali considerazioni sono state ribadite, a seguito di separata istruttoria, anche dal Giudice civile, che ha quindi emesso la pesante sentenza di condanna.
L’Avv. Michele Vaira ha dichiarato: «Questo processo è emblematico nell’attuale dibattito sulla riforma del processo penale. La fase dibattimentale, che dovrebbe essere centrale nell’accertamento dei fatti, è stata quasi completata a ritmi serrati nei due anni che ci separavano dalla prescrizione, poi purtroppo maturata. Le indagini preliminari, infatti, sono durate quasi cinque anni, e la sola udienza preliminare addirittura un intero anno.
Quando eravamo ormai in dirittura d’arrivo, poi, l’emergenza sanitaria derivante dalla pandemia ha definitivamente stroncato il processo.
L’imputato, nel corso del procedimento, ha cercato di accreditare la sua tecnica quale vera e propria innovazione, presentata al processo in pompa magna attraverso pubblicazioni internazionali. In realtà, quelle stesse pubblicazioni dimostravano il mancato consenso della comunità scientifica internazionale.
Lo stesso perito del Tribunale ha parlato, senza mezzi termini, di imprudente e negligente “sperimentazione”. Sarebbe interessante sapere se, ancora oggi, questa tecnica (che prevede l’utilizzo di un farmaco sclerosante) sia effettivamente autorizzata dall’Azienda Ospedaliera e se i pazienti siano informati dei relativi rischi».
Gli Avv.ti Michelangelo Metta e Riccardo Icilio Ariostino hanno aggiunto: «Il processo civile è partito dal dato acquisito in sede penale (gli esiti autoptici avevano rilevato una chiara responsabilità colposa del medico), per giungere poi all’affermazione di una più estesa responsabilità dell’intero ente ospedaliero, reo non solo dell’evento morte per mano del Dott. Muscatiello, ma anche per altre inadempienze: al sig. Corvino venne somministrato un modulo per il consenso informato standard, nel quale venne omessa qualunque informazione circa la tecnica sperimentale con la quale l’intervento di polipectomia (routinario ed in day hospital) sarebbe stato effettuato; in più, venne dimesso senza alcuna informazione specifica per la degenza post operatoria da svolgere a casa, degenza terminata tragicamente a causa dell’insorgenza della sepsi causata dalla perforazione intestinale; infine, l’intervento del 118 presso l’abitazione all’indomani dell’intervento chirurgico, privò il sig. Corvino di una fondamentale chance di sopravvivenza, in quanto l’equipe medica sconsigliò il ricovero e raccolse un rifiuto allo stesso senza interpellare il diretto interessato, presente e vigile.
Ciò è emerso dalla consulenza tecnica d’ufficio disposta dal Tribunale di Foggia a mezzo del Dott. Francesco De Robertis. Di qui la condanna in primo grado ad un risarcimento danni per un totale di circa €.1.800.000,00 oltre rivalutazione ed interessi.
La Corte di Appello di Bari ha confermato ad oggi la sussistenza della responsabilità dell’ente ospedaliero in senso lato, ed ha solo temporaneamente sospeso una piccola parte dell’intero risarcimento accordato dal Tribunale di Foggia”






